Una questione di merito.

Durante il #FemBlogCamp ho avuto l’occasione di scambiare qualche parola riguardo al tema “lavoro”.
Il discorso è partito dalla mia definizione professionale, da come il mio attuale lavoro mi definisce agli occhi altrui. Al sentirmi definire “imprenditrice” mi ha preso un colpo! Cadendo dalle nuvole ho pensato: «Ah! E’ vero, le ho parlato del mio lavoro! E’ a questo che si riferisce!»

Era tanto che non parlavo di lavoro in termini di identità ed ho scoperto che la cosa ancora mi scalda, infatti “scambiare qualche parola” forse non è la locuzione corretta: dopo un po’ ho realizzato che ero in una sorta di  modalità “overspeaking”, tanto da lasciare poco margine di discussione alla mia interlocutrice.

Si -evidentemente e nonostante tutto-  la cosa mi suscita ancora una certa animazione!
Meno male.

Il fatto è che io non mi identifico con il lavoro, non “sono” un medico, un’ artista, un imprenditore/trice, un operaia/o, io non sono il mio lavoro (tanto più che ne ho fatti parecchi con molto altro tra l’uno e l’altro!).

Eppoi, ancora continuo ad interrogarmi su quello che faccio, su perchè e percome “faccio cassa”, e come “mi ci sento dentro”. Il lavoro, non mi piace, non mi è mai piaciuto. Non tanto perchè non mi piaccia impegnarmi in qualcosa (anzi fin troppo spesso ho una  smania “performativa”, una sorta di “perfezionismo”), ma è perchè considero il lavoro in questo dato sistema, una trappola.
E se è vero che per campare bisogna lavorare e spesso tenersi pure stretto un lavoro che non ci piace affatto, dall’altra mi piace tenere a mente che il lavoro non definisce le persone, le identità.
Al limite queste sono definite -tra le molte altre cose- dalle possibilità di lavoro che abbiamo. In altri termini, la classe e il gruppi sociali a cui apparteniamo. O i privilegi di cui possiamo o non possiamo godere.
Questo mi ha riportato un po’ indietro nel tempo, a quando ho scelto di praticare il lavoro sessuale.
Uno dei tanti motivi è stato proprio questo: definire se stessi/e in base alla professione è particolarmente perturbante quando si tratta di prostituzione*.  La parola stessa “prostituzione”  porta con sé una gamma di significati che mettono in discussione il valore, il senso stesso che di solito si dà al concetto di lavoro.
Bene, questo era qualcosa che -almeno nella mia testa e nella mia percezione- faceva saltare il giochetto identificativo. Esplicitamente mi  “prostituivo” e posso assicurare che era una grande soddisfazione.

Prostituire (da il Sabatini Coletti, Dizionario della Lingua Italiana) :
. v.tr. [sogg-v-arg]

  • 1 Vendere ciò che non è ammesso dai valori morali perché strettamente legato alla libertà e alla dignità umana: p. il proprio corpo, l’ingegno.
  • v.rifl. [sogg-v] Vendere il proprio corpo o il proprio ingegno.

sec. XV
oppure (dal dizionario HOEPLI) :

  •  A v. tr.: Fare mercato di cose o valori ritenuti connessi alla dignità, alla moralità e alla libertà dell’uomo, e quindi non mercificabili: p. il proprio ingegno, la propria onestà, la propria arte

Quindi esattamente….vendere qualcosa di  « strettamente legato alla libertà e alla dignità umana … » prestazioni, tempo, creatività, empatia, talenti, impegno, intimità e corpi: lavorare.
(E riguardo l’ “onestà” citata dal HOEPLI, aggiungo che ritengo il lavoro sessuale uno tra i più “onesti”)

Certo che ci sono lavori più piacevoli e meno piacevoli.
Certo ci sono lavori da cui si possono trarre soddisfazioni.
Certo il lavoro può essere una dimensione in cui ci si misura, si cresce, si
impara.
Certo il lavoro a volte aiuta a mantenere una “disciplina” (in senso positivo).
Ma tutte queste cose si possono fare impegnandosi in qualcosa, contribuendo come possibile alla vita della/delle comunità. Non è attraverso il lavoro che ci “realizziamo”, ed inoltre il sistema del lavoro “capitalizza” anche sugli aspetti positivi che riusciamo a strappare alle “attività retribuite”.

Ma, per non mettere troppa carne sul fuoco, butto giù solo due dei tanti punti che vorrei tenere a mente:

  • Il lavoro, per come lo conosciamo oggi, non è “semplicemente” un’attività retribuita: qualsiasi lavoro (anche quello più appagante e soddisfacente) è parte integrante del sistema di sfruttamento globale in cui viviamo. Si può cercare/sperare di fare un lavoro più politicamente vicino alle nostre lotte, si può sperare di fare qualcosa di utile anche attraverso il lavoro. Ma questo non elimina il fatto che anche attraverso il lavoro -ripeto: qualsiasi lavoro-  il sistema capitalista si mantiene in essere.

 

  • Qualsiasi lavoro facciamo, ritengo sia buona pratica mettere a fuoco le possibilità che abbiamo avuto per farlo, e qui parlo del “merito”: non ci credo alla favola del merito. Se abbiamo un lavoro che ci “corrisponde”, che ci soddisfa, che ci piace, probabilmente oltre al “merito” ci sono state possibilità, occasioni, contatti. Se può essere vero che in certi casi, si riesce a costruire (anche faticosamente) un percorso che può portare (e dico può) ad un lavoro gratificante è anche vero che questo percorso è di fatto precluso a tantissime persone altrettanto meritevoli e capaci. Classe,genere, “razza”* e molti altri  fattori , che non dipendono dalla nostra volontà, dall’impegno etc… intervengono radicalmente sulle  “possibilità di scelta”, sulle vite possibili.

Quello che voglio dire è che benvengano tutte le “strategie di  sopravvivenza” che riusciamo a mettere in atto, compreso il cercare/inventare  un lavoro che ci piace e ci corrisponde il più possibile, che ci dia modo e/o tempo di occuparci di quello che ci interessa , ma non “siamo” il nostro lavoro. Qualcuno scriveva un po’ di tempo fa che il lavoro
come valore in sé è l’essenza del capitalismo
, io penso che non sia un’affermazione molto lontana dalla realtà. Infine, non posso smettere di interrogarmi sul mio posizionamento nel mondo, sulle “possibilità”, sugli eventuali “privilegi”.

Il lavoro non “rende libere/i”,  il contrario.

Silvano Agosti dice, nel suo “discorso tipico dello schiavo” (nel video qui sotto): «non (…) mettere i fiorellini alla finestra della cella ». Io penso che i fiorellini si possono e forse si devono pure mettere, ma che è sempre bene ricordarsi dove siamo.

(“discorso tipico dello schiavo” – stralci di un’intervista di cui non trovo altre info e non farò commenti sulla musica in sottofondo)

*uso questo termine perchè lo trovo più incisivo ai fini di questo discorso, mentre ritengo che  il termine “lavoro sessuale” definisca meglio questa professione.
*tra virgolette perche il termine “razza” per gli animali umani non è applicabile: è un concetto nato da teorie pseudoscientifiche smentite definitivamente con il documento “Dichiarazione sulla razza” approvato dall’UNESCO nel 1950  , qui lo uso per ricordare la discriminazione basata sul concetto di “razza”, che rimane fin troppo attuale.

(NB: Questo, come tutti gli altri, è un post passibile di modifiche, correzioni, ampliamenti, che la stabilità non è roba che fa per me.

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