Incontro su lavoro sessuale, scuola estiva.

Di seguito quello che -più o meno- ho letto velocissimamente martedì scorso in occasione dell’incontro “Lavoro sessuale, scelte, diritti, autodeterminazione” durante la “Scuola estiva di politiche di genere “ organizzata da BeFree, cooperativa sociale contro tratta, violenze e disciminazioni. Sono intervenute, in modo decisamente meno “ingessato” di me, Pia Covre (Comitato Diritti Civili delle Prostitute), Oria Gargano (Be Free) e Stefano Ciccone (Maschile Plurale).

«(…)Sono felice di avere l’occasione di scambiarci opinioni rispetto ad una questione sulla quale non è frequente ritrovarsi a ragionare insieme, soprattutto tra chi ha posizioni diverse. Sicuramente l’obiettivo non sarà l’essere esaustive/i, ma cercare di far dialogare queste diverse posizioni per scendere in profondità, o almeno mettere in comune percezioni ed analisi e allargare il discorso dalla contrapposizione “pro/contro”, quando al centro ci sono le vite concrete di tante donne diverse.

Il tema centrale del nostro incontro è quindi proprio questo: “vendere prestazioni sessuali può essere considerato un lavoro?”

Dal mio punto di vista di femminista io penso proprio di sì.
Ora, fatta la mia dichiarazione ed essendomi posizionata, passo a quello che ho più a cuore, a quello che mi interessa discutere, perchè credo che sia la questione che “sta-sotto” ai ragionamenti su “prostituzione/sex work”:

La sessualità è intrinsecamente qualcosa che porta con sé una specificità?
Questa è la domanda implicita e ritengo che sia uno dei nodi principali su cui lavorare e discutere insieme.

Io credo che la sessualità abbia una sua “specificità”.
Credo anche che questa specificità sia diversa da persona a persona, e da cultura a cultura.
La sessualità rientra in una specifica e peculiare “sfera dell’intimo”? Quale?
Condivisibile in base a quali paramentri?

Non posso prescindere dalla mia educazione, dal femminismo, dalle pratiche femministe, ho imparato a “partire da me” ed a posizionarmi chiaramente rispetto alle mie “appartenenze”, volontarie o no.
Non so a voi, ma a me hanno insegnato alcune cose riguardo la sessualità.
“Insegnato” è una parola grossa, sarebbe più corretto dire che mi hanno passato “dei valori”, un’immaginario. Mi è stato
consegnato così, in modo non esplicito, infilandolo tra un cartone animato e l’altro, tra una battuta sul calcio e un commento sull’attualità; nelle attività che mi era consentito fare, che erano considerate adeguate a me (in quanto femmina) e quelle che, viceversa, mi erano precluse o semplicemente si dava per scontato non dovessero interessarmi affatto o dalle quali mi si dovesse proteggere. Proteggere. La sessualità era in prima battuta qualcosa da cui dovevo essere “protetta”, a cominciare dall’espressione delle mie possibilità riproduttive. In effetti mi è sembrato (anche) di capire che le mestruazioni sono qualcosa che rientra nell'”intimo”. “Intimo”. Anche la biancheria è “l’intimo”, come se l’intimo sia circoscrivibile in zone con confini così precisi, quelli definiti da mutande e reggiseni, confini, per altro, mutabili nell’arco del tempo e delle circostanze. Quanto meno curioso devo dire. Credo che cose di questo tipo non possano essere non considerate in un discorso sulla sessualità e le forme in cui si gestisce.

Queta “educazione” è stata qualcosa che stava sempre tra le righe o in apprezzamenti specifici. Ma anche nelle occhiate d’intesa in un mondo di uomini, perchè il potere, bello o brutto che sia, rimane in mani maschili. Nonostante i cambiamenti, ancora le donne sono “ancellari”, utilissime a volte, conniventi altre, oppure qualcuna riesce a ritagliarsi qualche posizione di rilievo (succede), ma per la stragrande maggior parte dei casi, ancora oggi il potere è qualcosa che non si passa o s’insegna a gestire alle donne. Ci può venir ceduto per qualche equilibrio in movimento e quando possiamo lo impariamo da sole. Ma rimaniamo nel campo delle eccezioni e rarità.

Comunque, ho imparato che la sessualità femminile è considerata necessariamente diversa da quella maschile. Tutte le indicazioni andavano in questo senso.
La sessualità per le donne pare debba ancora corrispondere a sentimento. La sessualità femminile è necessariamente qualcosa di “specialmente” intimo.
«Qual’è la cosa più preziosa per una donna?»

Se guardiamo in questo specchio deformante che è l’eterosistema, vedremo sempre come vittime chi offre prestazioni sessuali esplicitamente a pagamento, perchè i nostri genitali, la sessualità femminile, si fanno coincidere con la donna tout court. Ed è chiaro che in questi termini si tratta di vendere la propria stessa identità, cioè fare qualcosa di definitivamente orribile. E precisamente in base a questo siamo definite appunto puttane o sante, indegne o degne. Peccato che io non sono la mia vagina, e non sono neanche l’altra unica cosa che viene invece “esaltata” in questo paradigma eteronormativo: un utero. No.
Non sono il mio utero e non sono la mia vagina. Sono il-mio-utero-la-mia-vagina-il-mio-cuore-il-mio-cervello e, forse ancor di più, tutti-quei-muscoli-e-quel-sangue-e-i-nervi-e-gli-ormoni che collegano tutto, che tengono tutto insieme, e che muovono energia-pensieri-sentimenti-linguaggio-azioni.
Non mi voglio far ridurre a pezzi di corpo gerarchizzati. Qualcuno più sacro, più “degno” di un’altro, secondo una tassonomia creata dagli uomini.
Sono il solito banale insieme che è più della somma delle parti, come si dice. E se voglio usare in un dato periodo, in un dato contesto questa o quella competenza fisica, relazionale, comunicativa, cognitiva per i miei scopi, per il mio progetto di vita e di sopravvivenza, voglio essere libera di farlo, tenendo ben presente le contraddizioni che posso attraversare e il mio personale posizionamento. Voglio prendermi responsabilità e rischi, voglio poter sbagliare, ma sempre avere la possibilità di decidere io per me stessa, tutta intera, corpo compreso.

Tornando a quello che dicevo sul “potere nelle mani degli uomini”, questo ha a che vedere con la possibilità di misurarsi nelle proprie scelte, senza avere questa sensazione di dover giustificare ad altre/i tutto quello che si fa, senza continui commenti sull’ “opportunità o meno di tale o tal’altro comportamento/pratica”, con il potersi confrontare con il mondo direttamente, da pari. Per le donne non è così, c’è sempre da giustficare o sentirsi responsabili quasi del destino del mondo.

Allora, ancora si dice “puttana” per indicare qualcuna a cui piace il sesso per il sesso. E’ così. Ci possiamo rivendicare la parola, riempirla di un significato diverso come abbiamo fatto con altre parole che sono state usate e vengono ancora usate come insulti: lesbica, frocio, “queer”, freak. Noi riempiamo di significato positivo qualcosa che -è bene ricordare- ancora per molte persone è inequivocabilmente un insulto. Senza dubbio. Per le lavoratrici sessuali questo si traduce nell’etichetta indelebile dello stigma. Una volta che pubblicamente si sa che fai, o hai fatto, questo lavoro sei “marchiata” per sempre.

Quando diciamo “sex worker” cosa ci vene in mente ? A chi pensate? Cosa immaginate?
E quando diciamo “puttana”?
-una che si fa pagare per fare qualcosa che non le piace, o che vende quello che non si vende: la sua più “intima” identità
-una a cui piace il sesso
Cosa ci racconta questa ambivalenza di significato?

Il linguaggio ancora descrive un mondo in cui la sessualità oscilla nevroticamente tra due poli: o purezza di sentimento, comunione di spiriti (certo certo, anche occasionalemente, visto che ci siamo “emancipate” ) o qualcosa di sporco. Agli uomini insegnano (viene “passato” negli impiciti dei “discorsi”) che per quanto li riguarda questa faccenda dello “sporco più sporco che mai” è qualcosa che attiene ad una loro presunta, congenita, “bestialità”. Qualcosa che non va bene ma in fondo legittimo, “naturale”, da imparare a gestire in qualche modo “civile” al meglio o da sfogare come si può.
Per le donne non è prevista “bestialità”, al limite si è “ninfomani” (si, ancora oggi), insomma malate come le “isteriche” freudiane.

E’ vero, oggi c’è un fiorire di spinte ad una fruizione “libera” e “democratica” della sessualità, accessibile anche alle donne per mezzo di gadget di vario tipo. Io ho il sospetto che qualche anno di “amore libero”, di marketing sessuale o di ipererotizzazione non rappresentino in sé un cambiamento radicale di paradigma, sopratutto se scollegati ad altre pratiche politiche come ad esempio l’autocoscienza o la decostruzione dei desideri imposti (roba vintage, ma a mio parere imprescindibile). Il fatto non è se andare al supermercato in guêpière, mini e tacchi a spillo oppure, di contro, con un velo. Quello che mi interessa, è cosa sottende una scelta piuttosto che un’altra e COME SI SENTE QUELLA SPECIFICA PERSONA (che inoltre non è riducibile esclusivamente al genere apparente o assegnato). Mi interessa ascoltare.

Io credo che si può praticare libertà in cose impensabili a volte, questo mi dice la mia esperienza. Può essere nel riuscire a dire no quando è quello che sento o nel divertirmi a sperimentare il mio corpo come e quando voglio. Sta nella tranquillità di farmi offrire la cena da qualcuna/o e nel rifiutare che qualcuna/o mi paghi una cena. Sta nel rifiutare il matrimonio ma può stare anche nello scegliere di sposarsi. Personalmente sono molto critica rispetto all’istituzione del matrimonio o -più correttamente- al “negozio giuridico del matrimonio”, che rappresenta in modo precisamente equivalente l’altra faccia della medaglia. So che la famiglia è il contesto in cui le statistiche registrano il maggior numero di violenze contro le donne (guerre escluse direi). Ma questo non mi impedisce di ipotizzare che per qualcuna concretamente questa scelta può rappresentare una “libera scelta” anche al di là dei condizionamenti, qualcosa per cui si può optare in base a considerazioni che riguardano la propria specifica situazione. Ovviamente più strumenti critici si hanno più ci sono possibilità di “libertà” nelle scelte. Questo vale per tutto. Ed ovviamente ci sono dati materiali, per cui i vantaggi offerti dalla legislazione in merito hanno di certo un loro peso (ad esempio diritti su reversibilità e patrimonio, diritti dei minori etc…). Probabilmente praticare libertà sta molto nel muoversi il più consapevolemente possibile nei “codici” che sono l’apparenza e i ruoli. Dipende. Dipende da cosa significa quel determinato gesto in un dato specifico contesto. E io non posso conoscere tutti gli specifici contesti. Posso però cercare di fidarmi della capacità delle donne di scegliere. Posso iniziare a fidarmi se qualcuna mi racconta un’esperienza che non collima con la mia. Posso pensare che ci siano più possibilità di quelle previste nel ventaglio dell’eterosistema. E che qualcosa che io non vorrei mai fare rappresenta una possibilità creativa per un’altra. Anche all’interno delle contraddizioni, con le quali è sempre buona pratica confrontarsi. E raccontare a noi stess* e il più pubblicamente possibile, cosa motiva le nostre scelte, le nostre pratiche. E’ necessario esplicitare.

Vendere prestazioni sessuali, per una donna biologica in un contesto eterosessita come quello in cui viviamo è anche una contraddizione, tra le tante. In una certa misura si legittima un’immaginario sessita che prevede la “mercificazione del corpo delle donne”, vero, o almeno io lo penso. Ma ~è’ vero anche~ che il sistema in cui viviamo prevede la mercificazione di quasi ogni esperienza umana. Bisogna fare i conti con ogni mercificazione sia sessuata che non1. Tutte e tutti noi dovremmo fare i conti con la mercificazione di esseri viventi. Rimaniamo sulla “mercificazione” sessuata: ancora c’è una divisione del lavoro in base al genere, la “divisione sessuale del lavoro”. Innegabile. E tutti questi lavori gender-specifici contribuiscono ad alimentare un immaginario sessista. Per le donne: la badante, la donna delle pulizie, l’assistente sociale, la baby sitter, la “puttana”, la maestra. Rinforzano gli stereotipi di genere. Ma si stigmatizza esclusivamente il lavoro sessuale2. Questo è un fatto che non si può eludere nelle nostre analisi.
Sembra scontato che la “presunta intimità specifica della sessualità” sia sempre e comunque più “sacra”, più coincidente con l’identità stessa delle donne rspetto ad altre “intimità” che coinvolgono altri lavori come quelli di cura e/o relazionali. Siamo interdette nella possibilità di scegliere a quali “intimità” dare la nostra personale priorità e come difendere la nostra intimità anche in termini di tempo/qualità. Vi leggo un piccolo brano da King Kong Girl di Virginie Despentes e, dopo gli altri interventi, vorrei mostrarvi una parte di un video con delle interviste a sexworker attiviste»

«Come il lavoro domestico e l’educazione dei figli, la prestazione sessuale femminile deve essere un atto di volontariato. Il denaro, è l’ndipendenza. Nel sesso a pagamento ciò che disturba la morale non è che la donna non ne tragga piacere, ma che si allontani dal nucleo familiare e si guadagni i suoi soldi. La puttana è “l’asfaltica”, quella che si appropria della città. Lavora fuori dall’ambito domestico e da quello materno, fuori dalla cellula familiare. Gli uomini non hanno bisogno di mentirle, né essa di ingannarli (…). Le donne e gli uomini, tradizionalmente, non devono comprendersi, intendersi e dirsi la verità. Chiaramente questa eventualità fa paura. Nei media (…), negli articoli d’informazione, nelle inchieste radiofoniche, la prostituzione sulla quale ci si concentra è sempre quella più sordida, la prostituzione di strada che sfrutta le ragazze senza documenti. Questo a causa del suo lato spettacolare evidente: un po’ di ingiustizia medievale nelle nostre periferie produce sempre delle belle immagini. E piace diffondere storie di donne maltrattate, che segnalano a tutte le altre di averla scampata bella. E anche perchè quelle e quelli che lavorano sul marciapiede non possono mentire circa la loro attività, come fanno quelle e quelli che esercitano via internet. Si va a cercare quel che c’è di più sordido, lo si trova senza troppa difficoltà, perchè appunto è il tipo di prostituzione che non ha modo di sottrarsi allo sguardo di tutti. Ragazze private dei documenti, senza permessi, carne da macello, addestrate dagli strupri, drogate, ritratti di ragazze perdute. Più la cosa è squallida, più l’uomo si sente forte in confronto. Più la cosa è sordida, più il popolo (…) si considera emancipato. Poi, partendo dalle immagini inaccetabili di una prostituzione praticata in condizioni schifose, si traggono le conclusioni sul sesso a pagamento nel suo complesso. E’ altrettanto pertinente che parlare del lavoro nel tessile mostrando soltanto dei bambini che lavorano in nero negli scantinati. Ma non importa, quel che conta è propagare una sola idea: nessuna donna deve trarre beneficio dalle sue prestazioni sessuali fuori dal matrimonio. In nessun caso è abbastanza adulta per decidere di mettere in vendità la sua seduttività. Preferisce necessariamente esercitare un mestiere “onesto”. Giudicato onesto dalle istanze morali. E non degradante. Poiché per le donne, senza amore, è sempre degradante.»

Virginie Despentes, “King kong girl”, Einaudi 2007, ISBN 8806187945, ISBN-13 9788806187941 alle pag 60 e 61 (grassetto mio).

Purtroppo, dopo il dibattito, il proiettore si è rifiutato di farci vedere il video ma si può trovare comodamente a questo link http://www.micropunta.it/powertothesisters/ . Consiglio vivamente di vederlo a chiunque sia interessat* a ragionare-confrontarsi con questo argomento ed, in genere, a cercare ed ascoltare le voci di chi ha scelto questo lavoro.

1 Per il lavoro sessuale di donne transessuali e uomini si ha una percezione sociale molto diversa rispetto a quella per le lavoratrici sessuali biologicamente nate donne. Cosa significa?

2 NB (strano-ma-vero): non si usa “figlio di badante” o “babysitter” come insulti, mentre “figlio di mignotta” o “zoccola” rimangono tali. Perchè?

This entry was posted in General, lavoro, sex work, sopravvivenza, strumenti. Bookmark the permalink.

7 Responses to Incontro su lavoro sessuale, scuola estiva.

  1. Paolo84 says:

    Sono d’accordo con te che non bisogna mai giudicare a priori una certa scelta lavorativa o sentimentale o di altro tipo come “non libera” o segno di “schiavitù mentale” solo perchè non fa per noi, noi non la faremmo mai oppure perchè è un comportamento più o meno maggioritario.
    Io ad esempio credo nelle relazioni stabili, nell’amore e nel valore della fedeltà reciproca e sì nonostante tutto credo ancora nella monogamia ma non mi sognerei mai di dire che chi la pensa diversamente è incapace di decidere per se stesso o non è davvero libero. Ognuno vive come preferisce e trova la sua via, anche facendo errori pentendosi o cambiando idea se ritiene: non è detto che le decisioni che prendiamo debbano per forza renderci felici ma in ogni caso sono nostre.
    Certamente nessuno di noi può prescindere nel bene come nel male dall’ambiente familiare, culturale e socio-economico da cui proviene e dal proprio vissuto, e tutti decidiamo se e fino a che punto adeguarci ad esso o contestarlo, ma le nostre decisioni restano, nel bene e nel male, le nostre.
    Sulla prostituzione credo di avere idee molto precise: sono contro ogni proibizionismo, se si è tra adulti consenzienti non c’è nulla di illecito..ma personalmente non farei mai sesso a pagamento per una ragione molto semplice: chiamatemi romantico (non trovo nulla di male a esserlo e tra l’altro lo sono davvero), ma io ho bisogno di sapere che lei mi dice sì perchè le piaccio (parlo di attrazione reciproca non necessariamente d’amore che se nasce tanto meglio) e non solo perchè la pago, l’idea che magari le suscito repulsione ma comunque verrebbe con me solo ed esclusivamente perchè la pago mi bloccherebbe..non voglio davvero giudicare nessuno ma ho sempre ritenuto il sesso a pagamento più degradante per il cliente che per la prostituta o sex worker che, tra l’altro, secondo me dovrebbe avere il diritto di scegliere il cliente (ma quante hanno questo privilegio? E se è la tua sola fonte di reddito non si possono dire troppi no)

  2. Paolo84 says:

    “e tutti decidiamo se e fino a che punto ci piace o no, fino a che punto adeguarci ad esso o contestarlo e per quali ragioni e con quali obiettivi,”, ecco così è più chiaro
    intendevo l’ambiente in cui siamo cresciuti, insomma nessuna nostra decisione, nessuna nostra scelta che sia “maggioritaria” o “minoritaria” avviene in uno spazio vuoto e neutro poichè dell’incontro-scontro con gli altri abbiamo bisogno..ma ciò non fa di noi degli zombi eterodiretti

  3. Paolo84 says:

    frequento parecchi blog femministi di diverso orientamento e sono giunto a questa conclusione: una parte del femminismo afferma più o meno che tutte le prostitute, nessuna esclusa sono schiave o nella migliore delle ipotesi complici inconsapevoli del patriarcato e in questo modo, di fatto, trattano da “minus habens” quante schiave non sono, un’altra parte del femminismo però va all’estremo opposto, portando le prostitute (quelle volontarie o “sex workers”) quasi ad unico vero modello di libertà sessuale..togliendo di fatto soggettività a quelle donne che magari credono nel’amore passionale e romantico e basato sulla fedeltà reciproca o anche senza necessariamente credere alla monogamia e al romanticismo comunque non fanno sesso solo per soldi e non ritengono che il lavoro sessuale vada bene per loro.
    Entrambi questi approcci non mi convincono

  4. Paolo84 says:

    devo pure aggiungere una cosa, fermo restando che non ho nulla contro chi maggiorenne e consenziente pratica la prostituzione e si dichiara soddisfatta, mi chiedo anche: se insegnassi a mia figlia che il sesso si può fare pure con chi non ti attrae, non ti piace però ti paga,che razza di genitore sarei? Pessimo

  5. akarho says:

    Non ho avuto tempo finora per commentare, sarò breve che anche stamattina ho un sacco di cose da fare.
    1- in linea generale mi sembra demenziale ragionare per in termini contrappositivi: ètuttosoloviolenzaesfruttamento/èsuperfantastico.
    Ma quale mondo abbiamo in mente per usare queste categorie? Dove viviamo?
    (…)
    2- in generale non credo proproio che affermando la propria autonomia si neghi quella delle/i altri. Forse è interessante chiedersi eventualmente perchè la libertà altrui possa essere così perturbante o ci possa far sentire delegittimato/a.
    @paolo, quando ho letto che non “faresti sesso a pagamento” ho pensato che ti riferissi al non vendere prestazioni sessuali. Invece, dicevi che non compreresti. Questo argomento del “non comprerei” io non lo accolgo perchè conosco tanti di quegli uomini che “non comprerei” che poi hanno comprato…quindi queste affermazioni per me lasciano il tempo che trovano.
    Magari è più interessante il chiedersi “io venderei”?
    Dopodichè, chiarisco subito che ho SEMPRE POCO TEMPO e quindi commento con tempi molto lunghi e che tendo a non dare spazio a dinamiche personalistiche di discussione, se non in contesti precisi. Saluti, r.

  6. Paolo84 says:

    rho, credi pure a quello che vuoi, io posso parlare solo per me non per l’intero genere maschile e quando dico che non comprerei sono sincero. E sinceramente non credo nemmeno che mi prostituirei, per arrivare ad una decisione simile dovrei non solo essere in condizioni economiche disperate ma anche pronto a rinnegare alcune mie idee molto radicte, dovrei in qualche modo rinnegare una parte di me stesso, ciò che ho sempre pensato e penso ancora, ma questo riguarda me, non mi sognerei di vietare ad un altro di farlo nè lo giudico più o meno libero di me

  7. Pingback: Regolamentare la prostituzione? /4 » Massimo Lizzi

Comments are closed.