Femblogcamp, report sexwork/prostituzione-parte 1

Avvertenze: uso il femminile come neutro universale, mi pare il minimo.

Brevemente cerco di fare una restituzione a grandi linee dell’incontro che, più o meno maldestramente, ho promosso durante la FeministBlogCamp del 28-29-30 settembre 2012 che è stata ospitata all’ ex caserma “Del Fante” occupata, Livorno .
Quello che mi ha motivata a proporre un incontro su questi temi in un contesto specificatamente femminista è stato il desiderio di mettere a fuoco il più precisamente possibile quali sono i nodi che “scottano”. Cos’è di preciso che fa saltare sulle sedie, alzare i toni e arroccare le posizioni quando si parla di lavoro sessuale/prostituzione?
Così ho cercato di restringere il campo a due domande, che si erano iniziate a discutere anche alla scuola estiva di BeFree:

LA PROSTITUZIONE E’ UN LAVORO?
C’E’ UNA SPECIFICITA’ DELLA SESSUALITA’? IN COSA CONSISTE?

Rispetto a questi due temi sono ovviamente emerse posizioni diverse e altrettanto ovviamente i discorsi si sono allargati. Qualche volta nonostante la buona volontà siamo scivolate nell’ annosa contrapposizione “pro-contro”. Ammetto anche per mia responsabilità, visto che non ho molta pratica nel “moderare” le discussioni…
In ogni caso, come credo tutte ci aspettavamo, non si è arrivate a conclusioni di nessun tipo.
Forse una prospettiva/proposta che ha raccolto consensi è stata quella fatta da Laura di assumere ed esplicitare un’ambivalenza di analisi e di percezione sulla questione del lavoro sessuale.

Cerco di entrare più nei dettagli di ciò che ci siamo dette….

Si è cercato di mantenere separati i discorsi su tratta-riduzione in schiavitù e sul lavoro sessuale scelto (considerando che la possibilità di scelta lavorativa è per tutte e tutti determinata da molti fattori, comprese le specificità di genere, provenienza, classe etc…).
Si è esplicitato che riguardo a tratta e schiavitù siamo tutte d’accordo sull’ovvia condanna (discorso valido per tutte le forme di tratta e schiavitù); si è ribadito interesse a riguardo e che si sente il bisogno comunque di approfondire, anche per capire bene come funzionano i meccanismi nei diversi paesi con le diverse legislazioni in merito e cosa di concreto si può fare per evitare che, alla fine della fiera, sono le soggettività più deboli ad essere più esposte e colpite da repressione/controllo/criminalizzazione.

Alcune, si, ritengono che ci sia una specificità della dimensione sessuale. Questa specificità non si è riuscite a definirla in modo puntuale e preciso, ma è stata evocata attraverso esempi e paragoni, che a loro volta sono stati contestati (un esempio su tutti: «montare sportelli non è uguale a fare pompini » e di contro «anche un’artigiana che lavora ore ed ore con le mani, mercifica il suo corpo»). Qualcuna ritiene che la specificità della dimensione sessuale possa essere data dai “costrutti sociali”, e che è opportuno ricordare che siamo “il prodotto di ciò che ci circonda”, quindi è opportuno prendere in considerazione il contesto eteronormativo e sessuofobico.

Un’elemento che è stato identificato come specifico della dimensione sessuale del lavoro è l’ipotesi che sia necessaria una “dissociazione” dall’intimità. Si sono fatti altri esempi in cui il lavoro impone dissociazioni dalla sfera dell’intimità. Mi permetto di aggiungere a posteriori che personalmente ritengo sia un’aspetto su cui interrogarci in modo più approfondito, anche in relazione alla differenziazione sessuale del lavoro e che, nella maggior parte dei casi, quello che viene considerato intimo deve essere maneggiato in ambito “femminile” anche se ci sono eccezioni al maschile che godono di uno status particolare: psicologia, psicoanalisi, medicina, religione (anche se qust’ultimo ambito non è considerato un “lavoro”).

Si è detto che “la differenza” la può fare il fatto stesso di “mercificare” il proprio corpo («vendere il proprio corpo», oggettivizzazione ), affermazione che viene ampiata da chi sostiene che in molti lavori si vende il proprio corpo e che inoltre il lavoro sessuale non è riducibile all’idea della vendita del proprio corpo, ma può coinvolgere molte dimensioni dell’esperienza («vendere prestazioni», sperimentare attraverso il corpo). Qualcuna ha fatto una distinzione tra il fatto che la prostituzione non è un lavoro produttivo e che quindi ha un valore diverso perchè non “produce” niente per la collettività e che non consente una socializzazione con colleghe/ghi. Altre hanno fatto presente che la prostituzione si connota come un lavoro riproduttivo e che, come molti altri lavori, è sia retribuito che sfruttato, che è un lavoro differenziato (per tipologia di prestazione, di clientela) e di certo globalizzato. Si è aggiunto anche che è un lavoro su cui si possono fondare/esprimenre identità politiche ed esperienze di lotta collettive.

Altri punti che sono emersi, ma che non sono stati dibattuti o che non ho il tempo ora di riportare articolando qualcosa:

    • Salute psicofisica
    • Violenza specifica
    • Immaginario
    • Clienti
    • Lavorare nella pornografia
    • Vittimizzazione
    • Numeri delle/dei sexworker e consapevolezza
    • Aspetti legali e incidenza nella vita delle persone
    • Autopercezione
    • Narrazioni

Spero di riuscire a trovare il tempo per restituire anche quel che ci siamo dette su questi punti.

PROPOSTE
Mi sembra che bene o male siamo d’accordo sul fatto che sia importante continuare a ragionare con una prospettiva femminista su questo argomento cercando di focalizzare tutto quello che emerge discutendone e che sia importante affinare strumenti di analisi e non scivolare in semplificazioni.
Spero che a breve sarà utilizzabile una ML per continuare a lavorare sul tema cercando di individuare i nodi principali da dipanare (almeno ci si prova).
Potremmo portare una proposta al prossimo FBC come gruppo di lavoro.

Aggiornamenti 3.10.2012, attivata la ML:
https://www.autistici.org/mailman/listinfo/lavorosessualefbc

RISORSE
“Power to the sister”.

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11 Responses to Femblogcamp, report sexwork/prostituzione-parte 1

  1. Paolo84 says:

    “siamo “il prodotto di ciò che ci circonda”

    sì, ma è anche vero che ciascuno di noi non è meramente passivo/a rispetto a ciò che lo circonda

  2. Serena says:

    Mi sto mangiando le mani per non aver partecipato! Interessantissimo! Un bacione grande cara.

  3. mundijenn says:

    interessante, e voglia di continuare a leggere.
    una domanda:di lavoratrici direttamente interessate quante c’enerano?

  4. akarho says:

    @mundijenn quelle che c’erano non hanno parlato della loro esperienza personale.

  5. Pingback: Il Fem Blog Camp a modo mio | Just Laure'

  6. mundijenn says:

    ma a parte non parlare della loro esperienza personale, che legittimo è, la mia domanda era se partecipavano alla costruzione del discorso che si stava generando?
    cmq io direi che noi due ci si conoce

  7. akarho says:

    @mundijenn Probabile ci si conosce =). Comunque per essere più esplicito: in sede del dibattito nessuna ha dichiarato di essere una sexworker. Ma questo nn significa affatto non ci fossero.

  8. Madame Anais says:

    Ciao Rho. Ho visto che il nostro documentario è riportato in qualche link qua e la e mi fa piacere che venga fuori la storia dei Collettivi e sopratutto, che la voce delle donne direttamente coinvolte riesca a farsi sentire, perciò ringrazio chi se ne serve come strumento per la divulgazione. Ho letto alcuni commenti nei blog e vorrei scrivere qui alcune cose, oltre a sottolineare un aspetto controverso che viene ignorato, specialmente in Italia. La “prostituzione” è qualcosa che per la sua grandissima parte, rimane sommersa, e ciò, sappiamo che è dovuto allo stigma – sociale e penale – che colpisce chi ne è coinvolto. Si è formato quindi nel tempo, un vuoto narrativo “sulla prostituzione”. Le donne – e chi ne è coinvolto – non si espongono pubblicamente – salvo alcune individualità o chi decide di formare Collettivi – per salvaguardare se stesse e le proprie famiglie dalle ripercussioni. Storicamente, del vuoto narrativo sulla prostituzione se ne sono fatte carico pubblicamente due realtà, i Moralisti, e il Femminismo*. Entrambi interpretano la cosa in modo ideologico, tirando tutte le prostitute per i capelli, forzandole dentro la propria dottrina. Ecco quindi: “Il Problema”.
    Le cose stanno iniziando a cambiare, con le nuove generazioni, e anche con la rete, dove – anche grazie all’anonimato – aumentano le testimonianze delle persone che sono direttamente coinvolte, e che raccontano tutta un’altra storia da quella comunemente accettata e che è fornita comunque, è bene ricordarlo, dal Potere.

    Il trucco di associare, o legare ultimamente, prostituzione e traffiking nei dibattiti è un discorso ipocrita a cui bisogna fare molta attenzione, il “traffiking” è altro, è un discorso che fa parte del controllo dei flussi migratori. Ma prima ancora, fa parte della “Rescue Industry” che macina milioni di dollari, molti, molti di più della “Sex Industry”. In proposito, a chi si interessa di “traffiking” (e per chi capisce l’inglese) suggerirei di seguire attentamente il blog di Laura Agustín , oppure di ascoltare Niki Adams di English Collective of Prostitutes (ECP) demolire in diretta sulla BBC alcuni aspetti menzogneri sul traffiking.

    *Quando dico Femminismo mi riferisco alle associazioni storiche, alcune cose stanno cambiando con le nuove generazioni, è una buona notizia, ma l’ideologia sulla prostituzione della sponda reazionaria del Femminismo* condiziona anche altri femminismi, risulta evidente dai commenti che si leggono in alcuni blog femministi. E qui, un fatto che sembra sfuggire un pò a tutte, ma è direttamente legato anche a ciò che è successo in Italia nel corso degli ultimi anni: I Collettivi di Sex Workers, le Prostitute, hanno storicamente come primo nemico nel dibattito pubblico, quel tipo di Femminismo* – e stiamo parlando addirittura di scontri fisici. Negli anni 80′ ci fu il famoso(?) appostamento con lancio di monetine al convegno delle Sex Workers. Le Sex Workers dei Collettivi ancora oggi sono letteralmente inseguite da alcune femministe nei dibattiti e attaccate perchè si ritiene che ledano la dignità del “Corpo delle Donne”. Capisco che sia un discorso molto delicato da fare, non è mia intenzione fare polemica, ma dato che il “femminsmo” si è appropriato in modo arbitrario, di alcuni aspetti della narrazione della prostituzione è un discorso da affrontare, se si vuole discutere di prostituzione. Perchè è del tutto evidente che quel Femminismo* non può più farsi carico del racconto, dato che vuole vedere solo ed esclusivamente una piccola faccia del prisma prostituzione – che non neanche definibile – , negando l’esistenza di altre persone, sostituendo la voce delle interessate con la propria: Domando, non è questo un compotamento fascista, autoritario e reazionario? Oggi, è chiaro che le Sex Workers, dappertutto, si stanno riappropriando del vuoto narrativo che le riguarda, stanno raccontando la loro vita, le loro strategie, con la loro voce, ognuna con la sua storia, e questo non piace, perciò oggi, si parla tanto di “traffiking”, con le abolizioniste in prima fila che tentano di spostare l’asse del discorso,a braccetto col Potere – come quando si parla di “terrorismo” fuori contesto – Saranno le prostitute a raccontare la prostituzione alla società così detta civile e non viceversa. Non Legalizzazione ma Decriminalizzazione per tutte le persone coinvolte. Ti ringrazio ancora per lo spazio.

    Power to the Sisters

    Laura Agustín video 1
    http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Yt4OPoHmpRg

    Laura Agustín video 2
    http://www.youtube.com/watch?v=e_i_zBkoh68

    The Naked Anthropologist Laura Agustín Blog
    http://www.lauraagustin.com/

    Newsnight — Trafficking Lies, Niki Adams English Collective of Prostitutes
    http://www.youtube.com/watch?v=PtaEdI3aiwg

  9. laura says:

    solo una piccola aggiunta/riflessione per il report: la prostituzione, come gli altri lavori di tipo riproduttivo (operaia della casa + o – retribuita, badante, casalinga, massaggiatrice etc) è caratterizzata dalla dispersione delle lavoratrici e dalla difficoltà di organizzarsi sindacalmente – il che significa che vanno trovate delle modalità che tengano conto dello specifico.
    sul workshop – penso che lo hai gestito bene, con molta delicatezza – e sono contenta che non si sia ripresentata la dicotomia lacerante tra quelle che vedono la prostituzione come lavoro sessuale da difendere e quelle che sono contrarie a tutti i tipi di prostituzione (da quella intellettuale che è la peggiore a quella del lavoro salariato, dominato dallo scambio ineguale e dalla forma merce)
    il fem blog camp mi manca già – ne parlavo con slavina mentre l’accompagnavo al bus dopo la sua iniziativa all’università della calabria di ieri sera – speriamo nel prossimo – un abbraccio laura

  10. akarho says:

    @Madame Anais grazie per l’intervento. Sono d’accordo con te sul discorso delle narrazioni e sul problema del sommerso. Questioni che non si possono eludere volendo ragionare su questi temi.
    Mentre per quanto riguarda i dibattiti e gli scazzi all’interno del variegato femminismo posso solo aggiungere che per me è molto importante confrontarsi sul lavoro sessuale/prostituzione. E’ una questione che interroga il femminismo (i femminismi, se vogliamo) in modo profondo, e sono sicura che siamo in grado di farla finita con polemiche e schieramenti che non portano ad altro che immobilismo. Ritengo sia necessario partire dal presupposto che tutte vogliamo/lottiamo per cambiamenti radicali rispetto al controllo dei corpi, rispetto agli strumenti che ci diamo per autodeterminarci etc…Da un punto di vista femminista ho imparato che ascoltare le altre è una pratica “sinequanon”: non c’è femminismo® se chiudiamo le orecchie alla voce di altre donne e soggettività in lotta, di altre femministe e peggio che mai non c’è femminismo se tappiamo la bocca ad altr* facendo finta che non esistano. Il contributo di ogni soggettività è necessario per comprendere la diversificazione dei meccanismi di controllo e abuso e quindi pensare diverse strategie possibili per sovvertire e cambiare a partire da sé. Credo che i tempi siano maturi per affrontare i nodi che scottano, dialogare riconoscendo autenticità, consapevolezza ed autodeterminazione, problematizzando alcuni aspetti e riconoscendo i propri posizionamenti soggettivi (di condizione, di provenienza, di appartenenze e vissuti etc…).
    Se ti interessa partecipare al lavoro che abbiamo avviato dal FBC2, la ML è aperta, basta iscriversi.
    Nota, già sarebbe utile un lavoro di sistematizzazione/reperibilità di documenti, link e materiali vari, anche storici, ad esempio non ho trovato molto sull’ incontro a Bruxelles del 1984 che hai citato, se hai qualcosa potresti girarmelo? In qualsiasi lingua, che poi traduciamo. Un abbraccio, r.
    ® è una battuta. Sottendo che il femminismo dalle mie parti è antirazzista, antifascista, antispecista, anticapitalista, queer e non una denominazione generica.

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