Olimpiadi 2012 “Una grande famiglia felice”

A me i “grandi eventi” raccapricciano, anche per motivi esclusiavamente personali…ma -ovviamente- c’è dell’altro, e se è vero che la sostanza cambia relativamente nel tempo è anche vero che la forma esprime sempre più evidentemente la merda che sta alla base di questi eventi e che prende sempre più spazio. Non ho molto altro da aggiungere all’articolo che riporto di seguito. Buon divertimento.

“Le olimpiadi dell’ansia”
One big happy family. Just don’t put a foot wrong. The Olympic Park will be a politics-free zone. But the Games are one of the biggest political statements going.
Una grande famiglia felice. Basta non mettere un piede in fallo. Il Parco Olimpico sarà una politics-free zone. Ma i giochi sono una delle più grandi dichiarazioni politiche in corso.

articolo di Laurie Penny, pubbliato su “the Independent” e tradotto su Internazionale 959 del 27 luglio 2012 a pg 34.


«All’inizio di luglio, mentre ero ad Atene per un articolo, ho visto un fascista che spaccava la testa a un giovane pachistano. Da anni la retorica dell’estrema destra contro l’immigrazione risuona in tutta l’Europa. Il partito greco Alba d’oro ha equivalenti in tutto il continente, compresa la Gran Bretagna. Ed è in questo clima di violenta ostilità verso immigrati e stranieri che cominciano le Olimpiadi, in teoria un appuntamento che dovrebbe esaltare lo spirito sportivo senza frontiere. In questi tempi inquieti la solidarietà internazionale arriva solo fino a un certo punto. C’è un bel capitale politico da guadagnare sfruttando l’istintiva ostilità verso gli immigrati, e mentre i più grandi atleti del mondo e i loro fan sbarcano sul suolo britannico, già si stanno facendo i preparativi per essere sicuri che tutti vadano via. Dieci anni fa, quando Manchester ospitò le Olimpiadi del Commonwealth, il giorno del ritorno a casa quasi nessuno della squadra di atletica della Sierra Leone si presentò all’aeroporto. Molti di quegli atleti, si spera, ormai vivono felici in Gran Bretagna. Ma stavolta il paese è più preparato. Le frontiere, come tutta la zona Est di Londra, sono a tenuta stagna. A nessun componente della “famiglia” olimpica – funzionari, atleti e accompagnatori compresi – sarà permesso di sposarsi mentre si trova in Gran Bretagna. Questo, presumibilmente, è stato deciso per impedire che vicende amorose legate alla concessione di un visto rovinino il divertimento ufficiale all’interno della barriera d’acciaio. Quale spirito internazionale celebriamo in questo modo? Le Olimpiadi non sono mai state solo una questione di sport. Non ho voglia di fare la solita polemica, anche se polemizzare sui giochi è forse lo sport in cui la Gran Bretagna vincerebbe la medaglia d’oro. In teoria una tregua simbolica ogni quattro anni per un po’ di sana competizione non violenta tra i Paesi è una buona idea. I giochi dovrebbero esaltare la fratellanza mondiale e il senso della comunità senza confini. La domanda è: quale comunità e quali confini? Il sistema di accrediti è rigidissimo. Gli atleti e gli spettatori saranno passati ai raggi x, perquisiti, ripresi e osservati dal giorno del loro arrivo a Heathrow al momento della partenza. Inoltre dovranno rispettare uno stretto codice di comportamento e di abbigliamento che, tra l’altro, vieta di indossare indumenti di marche che non siano gli sponsor ufficiali della manifestazione. Grossi bestioni armati saranno sempre presenti per rimuovere dagli stadi le eventuali magliette della Pepsi e i sacchetti di Burger King, insieme ai loro proprietari, se sarà necessario. Alle multinazionali che sponsorizzano i giochi, come McDonald’s e Lloyds, è stata promessa una “città pulita”, questo significa che avranno il monopolio estetico dell’Olympic Park e dell’area circostante. Anche gli slogan politici sono vietati – comprese le magliette con Che Guevara – e a chiunque sia trovato in possesso di un cartone, di una bomboletta spray o di qualsiasi cosa utile per costruire un cartello sarà rifiutato l’accesso. Al di là dei posti di controllo e della barriera d’acciaio protetta da missili e piena di agenti di sicurezza privati, il parco sarà una zona totalmente apolitica. Questa, ovviamente, è una delle più sonore e costose dichiarazioni politiche mai fatte. L’intera faccenda sarà la rappresentazione più perfetta di quelli che sono i valori della comunità internazionale nel 2012. Molte persone si sono viste demolire le case per far posto alla celebrazione, finanziata per lo più con denaro pubblico, dell’egemonia delle multinazionali in un’enorme fortezza scintillante dentro cui, ci dicono, ci si divertirà molto in modo pulito. Gli spettatori saranno incanalati attraverso un enorme centro commerciale costruito per l’occasione, incoraggiati a visitare il più grande McDonald’s del mondo, e tutte le loro spese saranno controllate. E naturalmente ci saranno gli immigrati sfruttati che faranno il lavoro sporco. Questa settimana abbiamo saputo che il personale delle pulizie proveniente da vari paesi è stato sistemato in alloggi provvisori, dove ognuno pagherà 550 sterline al mese per il privilegio di dormire in un prefabbricato con altre nove persone. Se le Olimpiadi sono il microcosmo che rilette il macrocosmo della ricchezza mondiale, lo sono davvero fino all’ultimo perverso dettaglio. Questo è il grande segreto del capitalismo contemporaneo: anche se gli stati si vantano dell’impermeabilità delle loro frontiere e si scagliano contro l’immigrazione, le economie moderne non funzionano senza questo spostamento attraverso i confini di manodopera a basso costo, spesso illegale. Viviamo in un’epoca di ansia, e le Olimpiadi del 2012 sono diventate, forse involontariamente, la quintessenza di quest’età dell’ansia: armate, pattugliate da agenti della sicurezza privati che non devono render conto delle loro azioni, e diffidenti verso gli immigrati di cui hanno bisogno. Le terrificanti mascotte vestite da guardie di palazzo e agenti di polizia, che osservano il divertimento irreggimentato con sguardo impassibile, sono la scelta migliore per questa grande fiera della paranoia internazionale.»  

 

 

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