Weirdfest2012, riflessioni a margine

Ieri ho passato un pò di tempo al Weirdfest , ho incontrato amiche e amic* che non vedevo da tempo.
In alcuni casi posso dire che passa
sempre troppo tempo.
Tra una chiacchiera e l’altra ho perso la presentazione del fumetto “In un corpo differente” di Fabio Sera. …, la performance di Slavina e molte altre cose,
però finalmente ho assistito alla presentazione del libro di Laura Schettini “Il gioco delle parti” , ho visto la performance di Lazlo Pearlman e una volta in più quella di Diana J.Torres , “porno-errorista“.
E poi ho continuato a chiacchierare.In particolare mi ha colpito che, dopo aver espresso le mie impressioni sul lavoro di Diana, mi hanno detto che erano molto ma molto diverse rispetto alle impressioni di altre compagne. Questo mi ha incuriosita e anche fatto sorridere: mi diverto sempre quando trovo qualcosa da indagare.


Insomma, io ho dichiarato che la performance era molto tranquilla, niente che mi scuotesse particolarmente, che era andata bene e che forse era stata più partecipata/coinvolgente l’ altra che avevo visto (ma quella era una “prima volta” per me) e infine -cosa non da poco- che ero felice che il proiettore ad un certo punto non si è potuto usare. Infatti la parte che non mi garba per niente sono le immagini cruente di “repertorio” (sic).

Personalmente non ne posso più, da antispecista ne ho viste fin troppe che riguardano animali non umani, ho capito il concetto e me le risparmio volentieri perchè ho davvero molto presente quello che succede in giro.

Scopro quindi che, invece, alcun* di noi hanno trovato tutta la cosa piuttosto violenta.
«Cosa di preciso?» chiedo e sopratutto «di certo non lo squirting» dichiaro.
Invece no, anche la parte dello squirting.
Trovo incredibilmente affascinante come le diverse sensibilità diano luogo a letture tanto diverse. Terribilmente affascinante. Ci sono mondi interi dietro a queste diversità e sensibilità.

La domanda che mi faccio quindi, è:
«Perchè io non ho avuto questa sensazione? Cosa ci vedo io?»
Io credo che è tutto molto violento, anche cose che stanno lì, nella quotidianità. Eppure scivolano via, così,  a volte senza lasciare segni. Mi sono sempre chiesto come fosse possibile, e come fosse possibile continuare a vivere con tutta questa sofferenza intorno. Lo trovo insopportabile. E’ insopportabile assistere al dolore, agli abusi, è insopportabile averlo attraversato, anche solo di sfuggita. Abusi e violenze, sembra di parlare di cose lontane, che succedono in un
altrove. Noi sappiamo bene che non è così.
E non basta, sappiamo che il mio privilegio, il nostro privilegio è abuso su altr* o lo è stato. Che l’esercizio di potere si basa su violenze psicologiche e fisiche. Lo sappiamo e sappiamo quanto sia diffuso anche in contesti “insospettabili”. Abbiamo sperimentato che la cultura eterosessista è violenta anche senza arrivare a tutte le derive patriarcali/misogine/omo/transfobiche più estreme. Sappiamo della violenza di genere, dello sfruttamento del “sistema lavoro”, delle politiche colonialiste (in senso lato anche) e voraci, del razzismo, delle leggi assurde per normare corpi e comportamenti, dei disastri ambientali in funzione del profitto e del consumo. E’ evidente la violenza dei confini e dei nostri centri di identificazione ed espulsione -Identificazione ed Espulsione! – Siamo anche a conoscenza di quello che si fa agli animali non umani. Sappiamo tutto questo eppure ci conviviamo. Assurdo, no?

Che qualcuna voglia esprimere il fatto che tutto questo ci riguarda, mi sembra comprensibile. Voler mostrare che rabbia, dolore e conflitti coinvolgono il proprio corpo fin dalle radici è qualcosa che condivido.  Percepisco il lavoro di Diana come un lavoro che si muove sul piano della restituzione di tutta questa violenza e sul piano della liberazione/riappropriazione attraverso un percorso personale e relazionale (ci dice esplicitamente dal palco: «io non sono niente senza le mie amiche»). Per quel che vedo io, Diana si libera vomitando della violenza alla quale -nel migliore dei casi, se volete- si è costette ad assistere. Percorre nelle sue performance, mostrandocela, la sua strada per sganciarsi da oppressioni e condizionamenti che si impongono in modo più o meno cruento. Lo fa a partire dal corpo e dalla percezione che ne abbiamo. Lo fa mettendo al centro la sessualità che è uno dei perni del controllo eteronormativo, patriarcale e sessista.
Si prende la responsabilità di aver visto, aver sentito e questo è al centro: il vedere, il sentire per farne qualcosa, qualcosa di buono. Diana fa quello che le piace, mostra quello che le piace e quello che avversa con chiarezza, scrollandosi di dosso i giudizi sulle proprie pratiche erotiche (siamo adulte e consensuali).
Io questo ci vedo. 

Una volta assunto che non si può guardare da un’altra parte, che non si può lasciar fuori dal discorso gli abusi e le repressioni, qualsiasi pratica si sperimenti e si condivida con l’intento di riappropriarsi della propria vita e per tracciare percorsi di liberazione è una possibilità in più, una possibilità, uno spunto in più per tutt*. Magari non sono le mie pratiche, chissà, magari non oggi, ma già poter essere partecipi delle narrazioni, delle esperienze di altr* è qualcosa che mi arricchisce e che spero arricchisca tutt*. Non posso che ringraziare Diana e chiunque nel proprio modo, condivide, collettivizza pratiche e strategie di sopravvivenza.

Al solito, mi dispiace per errori e refusi, non rileggo come dovrei e il sonno mi assedia da un pezzo, magari domani controllo meglio.

Non so dire con esattezza perchè, ma questi pensieri mi hanno ricordato un’interessante intervista ad Avital Ronell che ho letto molto tempo fa in

“Meduse cyborg, antologia di donne arrabiate”
titolo originale: “Re/Search #13: Angry women”
Re/Search Publication, 1991,
Shake 1997, Milano
ISBN 8886926286
(trovo orribili entrambe le immagini in copertina, ma pazienza. Quella sotto non è la copertina, ma un ritratto di Avital Ronell)

Spero vi attragga la lettura. (…)

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